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Grafica informativa sul Nutri-Score e sulle implicazioni di marketing nel settore alimentare

Nutri-Score in Francia non diventerà obbligatorio: perché te ne stiamo parlando?

Cosa troverai nell'articolo?

In Francia il Nutri-Score non diventerà obbligatorio ma facciamo un passo indietro.

Per mesi sembrava solo una formalità. In Francia il Nutri-Score, l’etichetta nutrizionale a semaforo ormai ben nota ai consumatori europei, era destinato a diventare obbligatorio. L’Assemblée Nationale aveva aperto la strada e il dibattito pubblico si stava spostando più sul “come” che sul “se”. Poi è arrivata la frenata improvvisa, il Senato francese ha respinto a larga maggioranza la proposta, bloccando l’obbligatorietà dell’etichetta ma anche una serie di misure collegate.

Una decisione che ha fatto tirare un sospiro di sollievo all’industria alimentare e che racconta molto più di una semplice scelta normativa. Racconta il rapporto complesso tra salute pubblica, marketing, tradizione gastronomica e potere politico.

Cos’è il Nutri-Score? Perché si voleva renderlo obbligatorio?

Il Nutri-Score nasce come sistema di etichettatura semplificata, pensato per aiutare il consumatore a orientarsi rapidamente tra i prodotti sugli scaffali. Un codice a colori, dal verde al rosso, accompagnato da lettere dalla A alla E, che sintetizza il profilo nutrizionale di un alimento.

Più verde, più “sano”. Più rosso, meno consigliato.

Negli anni è diventato uno degli strumenti più discussi in Europa proprio per la sua capacità di influenzare le scelte d’acquisto.

In Francia il dibattito si è intensificato quando il governo ha iniziato a valutare la possibilità di renderlo obbligatorio, introducendo anche una tassa del 5% sul fatturato lordo per le aziende che avessero rifiutato di esporlo.

 

Nutri score
Fonte: www.dissapore.com

Le prime crepe: prodotti tradizionali e identità alimentare

Il primo vero inciampo dell’obbligatorietà è arrivato con la proposta di escludere dal Nutri-Score alcune categorie di prodotti simbolo dell’identità agroalimentare francese. DOP, IGP, Label Rouge e produzioni agricole sono finite al centro del dibattito, con il timore che formaggi tipici, salumi e prodotti artigianali venissero penalizzati da un sistema di valutazione pensato soprattutto per i prodotti industriali.

Ridurre un formaggio storico o un prodotto tradizionale a un bollino arancione o rosso ha iniziato a essere percepito come una semplificazione eccessiva, incapace di raccontare davvero il valore di ciò che si mangia.

Il nodo giuridico e il diritto europeo

A complicare ulteriormente la situazione è intervenuto il Ministero della Salute, sollevando una preoccupazione di tipo giuridico: il Nutri-Score, così concepito, potrebbe non essere compatibile con il diritto europeo. Un’osservazione che ha avuto un peso decisivo nel far saltare l’obbligatorietà.

Questo passaggio è centrale perché mostra come il tema dell’etichettatura nutrizionale sia anche una questione che tocca equilibri normativi più ampi, legati al mercato unico europeo e alla libera circolazione delle merci.

La reazione dell’industria alimentare

Con il respingimento della proposta, l’industria alimentare francese ha tirato un sospiro di sollievo. Per molti brand, soprattutto quelli con una forte tradizione o con prodotti ad alta densità calorica ma anche ad alto valore simbolico, il Nutri-Score rappresentava un rischio reputazionale importante.

Un bollino rosso o arancione, infatti, influenza direttamente il posizionamento del brand, il pricing, la comunicazione e persino la fiducia del consumatore.

E a livello marketing, cosa cambia davvero?

Dal punto di vista del marketing, il Nutri-Score è sempre stato, prima di tutto, una leva di pressione competitiva. Un sistema capace di influenzare le scelte industriali ancora prima di arrivare sullo scaffale spingendo le aziende a riformulare i prodotti, a ridurre zuccheri, sale e grassi, a ripensare ricette, porzioni e persino il modo in cui un alimento viene presentato e raccontato. In molti casi questo ha generato innovazione, portando a prodotti più equilibrati e a una maggiore attenzione agli aspetti nutrizionali.

Il problema emerge quando la semplificazione rischia di trasformarsi in riduzione. Il cibo, per sua natura, è complesso. Non bisogna prendere in considerazione solo cosa mangiamo ma anche quanto spesso lo facciamo, in quale contesto, con quale stile di vita e all’interno di quale cultura alimentare. Un sistema a semaforo funziona per orientare rapidamente il consumatore ma fatica a restituire questa complessità. Ridurre un alimento a un colore significa rinunciare a raccontare tutto ciò che sta dietro a un prodotto come la materia prima, il processo produttivo, il territorio o la tradizione.

È qui che la decisione del Senato francese riapre una domanda centrale per il marketing food: come si comunica il cibo in modo trasparente senza banalizzarlo? Informare il consumatore è fondamentale ma affidarsi esclusivamente a un codice cromatico rischia di essere insufficiente, soprattutto in un Paese che ha costruito una parte importante della propria identità culturale proprio attorno alla gastronomia.

In questo scenario il marketing torna ad avere un ruolo chiave, ossia come spazio di racconto e responsabilità. Raccontare ingredienti, processi produttivi, scelte aziendali, territorio e modalità di consumo consapevole diventa un’alternativa (o un complemento) all’etichetta nutrizionale.

Non è un caso che, insieme all’obbligatorietà del Nutri-Score, sia caduta anche la proposta di vietare la pubblicità dei prodotti con scarsa qualità nutrizionale. Una decisione che lascia invariato il quadro normativo per advertising, packaging e comunicazione commerciale. Per i brand food questa è sicuramente una boccata d’ossigeno ma anche una responsabilità ancora più grande.

In assenza di un vincolo normativo stringente, la credibilità del messaggio diventa centrale. Coerenza tra prodotto e comunicazione, chiarezza nel racconto e rispetto dell’intelligenza del consumatore diventano elementi chiave per costruire fiducia.

Piccolo appunto: se volete capire perchè l’Italia non vuole l’etichetta Nutri-Score, abbiamo trovato un articolo molto interessante di Dissapore, clicca qui per leggerlo.

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