Just Eat torna a far parlare di sé con una nuova edizione della campagna “Qualcuno ha detto Just Eat”, firmata dall’agenzia australiana Abel e diretta da Sam Hibbard con produzione Finch.
La piattaforma di food delivery, parte del gruppo Just Eat Takeaway.com, sceglie di mettere in scena un momento che tutti conosciamo bene: il conflitto interiore che accompagna ogni ordine di cibo.
Nella mente del consumatore si apre un piccolo teatro: da una parte il cervello che invita alla razionalità (“scegli qualcosa di leggero”), dall’altra lo stomaco che reclama il piacere (“oggi me lo merito”). In mezzo, occhi e papille gustative che alimentano il desiderio.
Just Eat dà loro voce.
La campagna è composta da quattro spot televisivi ambientati in mondi surreali e colorati ispirati al cinema anni ’60, dove ogni parte del corpo diventa personaggio e raccontano scene di vita quotidiana (una corsa in autobus o una pausa pranzo in ufficio) in cui i protagonisti discutono con sé stessi prima di premere “ordina”.
L’obiettivo, come spiega il Head of Marketing di Just Eat Italia, è “celebrare con divertimento il momento della decisione dell’ordine: bilanciare la parte di te che vuole qualcosa di sano e quella che si lascia tentare da uno sfizio”.
Perché Just Eat ha fatto questa campagna?
Dietro questa campagna c’è un insight: ogni ordine di cibo è una negoziazione interiore.
Tutti, prima di decidere cosa mangiare, affrontiamo quel tira e molla tra dovere e piacere, salute e gratificazione, abitudine e novità. Just Eat sceglie di non ignorare questo conflitto ma di renderlo protagonista, trasformandolo in un linguaggio creativo universale.
L’idea funziona perché parte da un’emozione autentica e condivisa: la dissonanza cognitiva che si genera tra ciò che sappiamo essere “giusto” e ciò che ci fa stare bene nel momento presente.
Mostrare questo dialogo con ironia significa dire al pubblico: “Sappiamo come ti senti, ci sei già passato anche tu.”
È qui che la campagna trova la sua forza, infatti Just Eat non parla del servizio ma della persona che lo utilizza, delle sue scelte, delle sue contraddizioni e dei suoi momenti quotidiani.
È una strategia di posizionamento che sposta la comunicazione dal piano funzionale (velocità, varietà, prezzo) a quello emotivo e identitario.
L’umanizzazione dell’esperienza digitale
Uno degli aspetti più interessanti di questa campagna è la capacità di umanizzare l’esperienza digitale.
Il food delivery è, per sua natura, un’esperienza mediata da uno schermo: si sceglie, si clicca, si paga e si attende. Tutto avviene in pochi gesti, spesso in silenzio. Il rischio, per i brand del settore, è diventare strumenti invisibili (utili ma impersonali).
Just Eat, invece, ribalta la prospettiva trasformando il momento digitale in un’esperienza emotiva, relazionale e persino comica.
Dando voce alle parti del corpo come il cervello, lo stomaco e le papille gustative, il brand restituisce un volto e un’emozione a quel processo astratto. Ci fa ricordare che dietro ogni click ci siamo noi: con la nostra fame, i nostri pensieri e la nostra umanità.
Non si parla di umanizzare l’app in sé ma l’esperienza che ruota intorno ad essa, ossia la scelta, l’attesa e il piacere.
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