Il termine “free from” non indica solo prodotti “senza zuccheri” o “senza conservanti”, è un approccio al consumo che esprime una ricerca di benessere, trasparenza e consapevolezza. Secondo l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, il fenomeno comprende tutti i prodotti che evidenziano in etichetta l’assenza o la riduzione di ingredienti considerati controversi: olio di palma, additivi, glutammato, pesticidi, zuccheri aggiunti, grassi idrogenati e così via. Questa comunicazione è diventata parte integrante della strategia di branding dei prodotti alimentari, portando i consumatori a percepirli come più “sicuri” e “salutari”.
Che cosa si intende per “free from”?
Il concetto nasce per rispondere a esigenze di trasparenza alimentare: i consumatori vogliono sapere cosa c’è (e soprattutto cosa non c’è) nei prodotti che acquistano. Questa esigenza è cresciuta grazie a scandali alimentari, campagne di sensibilizzazione e all’aumento di intolleranze e scelte alimentari consapevoli (vegani, vegetariani e flexitariani).
Oggi, il “free from” è un claim strategico di marketing, usato da brand e GDO per differenziarsi sugli scaffali.
Esempi concreti:
- “Senza olio di palma”: nato da campagne ambientaliste, oggi è diventato un plus riconosciuto da molti consumatori.
- “Senza zuccheri aggiunti”: il boom di diete low carb e sugar free ha reso questo claim sinonimo di “più sano”.
- “Senza glutine”: nato come necessità per celiaci, oggi ha conquistato anche chi cerca leggerezza e alternative.
Il peso del free from nel largo consumo
Il trend “free from” è ormai una colonna portante del mercato alimentare italiano. Secondo l’Osservatorio Immagino, nel 2025 i prodotti che riportano in etichetta almeno un claim come “senza zuccheri”, “senza conservanti” o “pochi grassi” hanno raggiunto:
- 16,3% delle referenze totali presenti a scaffale in supermercati e ipermercati italiani;
- 22,1% del fatturato del largo consumo confezionato, per un giro d’affari che sfiora gli 8 miliardi di euro.
Tradotto: un prodotto alimentare confezionato su cinque venduto in Italia è “free from”. Questo dato dimostra come il “senza” sia diventato un vero driver di acquisto: i consumatori cercano attivamente prodotti che comunicano trasparenza, salute e attenzione agli ingredienti.
Ma c’è un dettaglio interessante: rispetto al 2023, le vendite a valore sono stabili (-0,1%), mentre i volumi scendono (-1,2%). Questo segnala una fase di maturità del mercato: non assistiamo più a una crescita esplosiva ma a una selezione naturale.
Gli scaffali si arricchiscono di nuove referenze ma il consumatore medio:
- acquista meno quantità;
- sceglie prodotti più mirati e premium;
- è disposto a pagare di più per la qualità percepita ma non aumenta il volume di acquisto.
Questa dinamica ci dice che il “free from” non è più una moda passeggera, bensì una categoria consolidata: per emergere, i brand devono distinguersi non solo con il “senza”, ma anche con storie, valori e qualità reale.
Un equilibrio delicato tra domanda e offerta
L’analisi dell’Osservatorio Immagino 2025 ci mostra un dato interessante:
- l’offerta di prodotti “free from” è cresciuta (+0,5%): le aziende continuano a investire e a lanciare nuove referenze “senza” o “ridotto”;
- la domanda dei consumatori è scesa (-0,6%): nonostante più scelta, i clienti non stanno aumentando i volumi di acquisto.
Questo squilibrio è tipico dei mercati che hanno superato la fase di boom: inizialmente, ogni prodotto “senza” era percepito come una novità salutare e attraente. Oggi, invece, i consumatori sono più consapevoli e selettivi: scelgono marchi consolidati, leggono le etichette e valutano il reale beneficio di ogni prodotto.
Un altro dato importante è la pressione promozionale stabile al 29,1%. Questo significa che il settore non sta crescendo grazie agli sconti ma punta piuttosto sulla credibilità e sulla fidelizzazione del cliente.
I claim più performanti nel settore “Free form”
- Senza conservanti: con oltre 4.200 referenze e 2,6 miliardi di euro di fatturato, è il claim dominante. I consumatori associano l’assenza di conservanti a naturalità e qualità, anche se la tecnologia alimentare moderna spesso garantisce sicurezza indipendentemente da questi.
- Pochi grassi: in calo rispetto agli anni precedenti. La riduzione dei grassi non è più un driver forte: le persone preferiscono prodotti “più sani” per altri motivi (origine o qualità degli ingredienti) piuttosto che solo meno grassi.
- Pochi zuccheri: in crescita (+2,7% a valore). La sensibilità verso lo zucchero resta altissima, anche grazie alle diete e alla comunicazione legata al benessere metabolico.
- Senza olio di palma: in calo (-5,2% a valore). Dopo il boom mediatico, questo claim sta perdendo forza.
- Senza OGM e senza antibiotici: entrambi in crescita. Le persone cercano trasparenza e prodotti percepiti come “naturali”.
- Senza pesticidi/zero residui: trend emergente (+10,7% e +18,9% a valore). È il futuro del free from, spinto dalla sostenibilità e dalla richiesta di prodotti “puliti”.
Il “free from” è un linguaggio di mercato. I dati dimostrano che il settore ha raggiunto un livello di saturazione: quasi ogni prodotto presenta almeno un claim “senza” e i consumatori iniziano a fare scelte più consapevoli. Il boom dei “senza zuccheri” e dei “zero residui” indica una nuova direzione: l’attenzione si sposta sulla salute metabolica e sull’impatto ambientale.
Previsioni?
- Crescita dei claim legati alla sostenibilità (“senza pesticidi”, “zero residui”).
- Declino dei claim diventati standard (“senza olio di palma”, “senza glutine” per chi non ha intolleranze).
- Focus sull’origine e sulla filiera: storytelling legato alla produzione sarà cruciale per differenziarsi.
Per i brand, il vero vantaggio competitivo sarà andare oltre il “senza”: raccontare ciò che c’è nel prodotto (ingredienti di qualità, filiera corta o pratiche etiche) e costruire fiducia.
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